Viviamo in un “mondo piccolo”.

Viviamo in un “mondo piccolo”.

È una vecchia teoria, ora più nota nella versione dei cosiddetti “sei gradi di separazione”, vale a dire il numero di passaggi sociali che separano ciascuno di noi dagli altri. Attraverso, mediamente, 6 interconnessioni – fatte di amici ed amici degli amici – raggiungiamo qualsiasi essere umano.

In una società sempre più globalizzata sembrerebbe l’uovo di colombo, la quadratura del cerchio: avere relazioni con pochi non compromette la possibilità di entrare in contatto con tutti.

Ed ecco che si plaude al ruolo dei social network, artefici della applicazione del mitico paradigma. E c’è anche chi, con grande enfasi, ne sottolinea il grande valore “democratico”: saremmo vicino alla possibile realizzazione di una sorta di cittadinanza attiva, di democrazia diretta e partecipata.

Rimane la sensazione che non sia proprio così, anche al di là delle recenti polemiche sull’uso e l’abuso che i Social Network fanno dei nostri dati.

Se si prova ad analizzare i flussi di comunicazione su Facebook, uno dei più frequentati canali social, non possono sfuggire un paio di osservazioni:

  • Ciascuno costruisce un proprio “mondo piccolo” attorno a sé, fatto di “amici” scelti proprio perché rafforzino il senso di appartenenza ad una comunità definita, che condivide i propri stessi assunti sociali, ideologici, politici. Una pattuglia, non importa quanto numerosa, ma fatta di “simili”, pronti anche a scatenare un putiferio verso chi la pensa in modo diverso.
  • La stragrande maggioranza dei frequentatori di questi canali di incontro virtuale, assai raramente declina un proprio pensiero compiuto. Le bacheche si riempiono di “condivisioni”, contenuti raccolti confusamente dal web e da altre fonti virtuali; contenuti che quasi mai sono lo spunto per approfondire una propria idea, declinare ed esporre un proprio ragionamento. L’obiettivo resta principalmente “tracciare il confine” tra noi e gli altri.

Una visione un po’ esagerata? Può darsi, ma credo valga la pena di stimolare una riflessione.

Oggi, forse, il “nostro mondo” diventa sempre più piccolo.

Ulrich2000

Ulrich2000

Ulrich ricordava benissimo come fosse tornata in auge l’incertezza. Si erano progressivamente accumulate dichiarazioni nelle quali persone dal mestiere un po’ incerto, come i poeti, i critici, le donne e quegli individui che esercitano la professione di nuova generazione, lamentavano che la scienza pura fosse un qualcosa di nefasto, capace di fare a pezzi ogni opera umana elevata, ma non di rimetterla insieme; e tutti costoro esigevano una nuova fede umana, il ritorno ai sentimenti primigeni, uno slancio spirituale e ogni sorta di analoghe aspirazioni. All’inizio Ulrich li aveva ingenuamente presi per individui che, dopo una lunga cavalcata, scendono zoppicanti da cavallo chiedendo a gran voce che li si spalmi d’anima; ma a poco a poco fu costretto a riconoscere come quel grido ripetuto, che da principio gli era parso così buffo, trovasse ampia risonanza; la scienza incominciava a diventare inattuale e il tipo d’uomo poco rigoroso che domina il presente si stava ormai affermando.