The death of democracy

The death of democracy

In questa nota riprendiamo alcuni passaggi di un interessante articolo di Francesco Cundari, apparso su Il Foglio il 7 Luglio 2018.

C’è sempre la possibilità di tornare indietro, anche dalla più moderna, evoluta, colta e raffinata delle democrazie.

The death of democracy” è un libro di storia, opera di un professore americano, Benjamin Carter Hett, dedicato alla crisi di Weimar e all’avvento del nazismo.

Il nazismo – scrive l’autore nell’introduzione – fu una risposta al travolgente trionfo del capitalismo liberale globale alla fine della Grande Guerra. L’ordine anglo-americano del dopoguerra aveva tenuto insieme l’austerità finanziaria (simboleggiata dal pagamento dei debiti e delle riparazioni e dal ritorno al gold standard) con la stabilità della stessa democrazia. La logica della politica spinse gli avversari dell’austerità a divenire allo stesso modo avversari della democrazia liberale.

Nella Germania degli anni 30 coloro che si battevano in difesa della repubblica apparivano “i difensori di un sistema corrotto”.

Le coincidenze con quanto sembra svilupparsi oggi nel mondo occidentale sono inquietanti.

Viviamo in un mondo molto diverso da quello che era sembrato dischiudersi all’indomani della caduta del Muro di Berlino. Quando, come ricorda Hett nel suo libro, ci crogiolammo nella luce abbagliante della fine della Guerra Fredda e di quello che sembrava il trionfo definitivo della democrazia e del capitalismo liberale. Mentre oggi, tra nuove paure indotte dalla globalizzazione, ascesa dei populismi e crisi dei rifugiati, “da molti punti di vista, la nostra epoca assomiglia agli anni Trenta più di quanto somigli agli anni Novanta”.

Eppure la Germania di Weimar era tutt’altro che un paese incolto e intollerante. Aveva il più avanzato movimento per i diritti degli omosessuali. Aveva un attivo movimento femminista che, avendo ottenuto il diritto di voto, andava verso il diritto all’aborto. Il movimento dei lavoratori si era guadagnato la giornata di otto ore. E la Germania degli anni Venti non era all’avanguardia solo in campo politico e sociale. Dalla pittura espressionista all’architettura del Bauhaus, dalla letteratura alla scienza, non c’era campo del pensiero e delle arti in cui non sembrasse primeggiare. In quegli anni Bertolt Brecht rivoluzionava il teatro. Il cinema tedesco, con registi come Fritz Lang e Murnau, si imponeva sulla scena internazionale. Per non parlare delle scienze, in un tempo in cui circa un terzo delle riviste di fisica al mondo erano scritte in tedesco, e a Berlino insegnava un certo Albert Einstein.

Un impasto di vittimismo e aggressività, ricerca del capro espiatorio e paura del futuro spianò la strada a Hitler.

L’autore del libro osserva che per far funzionare una democrazia tutti i partiti devono riconoscere un terreno comune e ammettere che “i compromessi sono possibili e necessari”, ma negli anni Trenta “era rimasto molto poco di questo spirito” in una Germania sempre più divisa; sicché coloro che si battevano in difesa della repubblica apparivano i difensori di un sistema corrotto, mentre “gli avversari della democrazia, predicando una ‘antipolitica’ di unità e rinascita, potevano dare l’impressione di muoversi su un piano morale più elevato”.

Coincidenze che dovrebbero fare riflettere tutti.

Se volete leggere il testo integrale di Francesco Cundari lo trovate on line.

 

 

Ulrich2000

Ulrich2000

Ulrich ricordava benissimo come fosse tornata in auge l’incertezza. Si erano progressivamente accumulate dichiarazioni nelle quali persone dal mestiere un po’ incerto, come i poeti, i critici, le donne e quegli individui che esercitano la professione di nuova generazione, lamentavano che la scienza pura fosse un qualcosa di nefasto, capace di fare a pezzi ogni opera umana elevata, ma non di rimetterla insieme; e tutti costoro esigevano una nuova fede umana, il ritorno ai sentimenti primigeni, uno slancio spirituale e ogni sorta di analoghe aspirazioni. All’inizio Ulrich li aveva ingenuamente presi per individui che, dopo una lunga cavalcata, scendono zoppicanti da cavallo chiedendo a gran voce che li si spalmi d’anima; ma a poco a poco fu costretto a riconoscere come quel grido ripetuto, che da principio gli era parso così buffo, trovasse ampia risonanza; la scienza incominciava a diventare inattuale e il tipo d’uomo poco rigoroso che domina il presente si stava ormai affermando. Da "L'uomo senza qualità", Robert Musil.